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11/08/2006

Dopoguerra


Documento senza titolo

La Sega di Fanano
Rino e Amedeo Seghi
Contadini
Aspetti di vita in un piccolo borgo di montagna  

PARTE 1

Siete parenti?
Rino: no, non siamo parenti però se uno facesse delle ricerche… la borgata è Sega tranne due famiglie che sono Tammurini e una Monterastelli, tutte le altre Seghi. Si dice che i Seghi vengano dalla Toscana.
Ci volete raccontare la vita di questa borgata?
Rino: quando ci siamo trovati a correre giù di lì per quelle stradicciole eravamo dei ragazzini e si giocava come fanno tutti i bimbi. Poi man mano siamo cresciuti hanno cominciato i nostri genitori, c’erano i castagni allora tenuti molto bene, ci hanno indirizzato a raccogliere le castagne e a curare i castagneti. Poi chi aveva un ettaro di castagneto, un po’ di bosco, chi aveva la possibilità teneva una mucca e si teneva dietro, quello era il lavoro iniziale che ci insegnavano a fare. Questo prima che si andava alla scuola a Ospitale.
Voi quando siete nati?
Rino: io nel ’29.
Amedeo: io nel ’33.
Quindi questo lavoro di raccogliere le castagne e di badare alle mucche lo facevate prima di iniziare ad andare a scuola?
Rino: certo, avevamo 4, 5 anni, si faceva volentieri perché cercavamo di raggrupparci anche, pur lavorando cercavamo insieme di giocare.
All’epoca quante famiglie vivevano qui a Sega?
Rino: 17, 18 famiglie.
Quante persone?
Rino: le famiglie erano più numerose, nella nostra famiglia eravamo in 8.
Le vostre famiglie qui a cosa si dedicavano? avete detto prima che c’erano castagneti…
Rino: tra un castagneto e l’altro c’erano i pezzi di vuoto che era prato e le famiglie li coltivavano, seminavano più che altro patate e fagioli.
Amedeo: anche un po’ di grano.
Rino: l’inverno qua sù sono sette mesi, è lungo, e l’erba per mantenere questa bestiola che avevano non era tanta, allora si attaccavano a tutti i ciuffi d’erba che si trovavano e lo integravano con questo po’ di grano, questo po’ di paglia perché più che grano era paglia.
Lo trebbiavano?
Rino: lo trebbiavano con delle verghe così fin che non usciva un po’ di grano, c’era del grano che scappava da per tutto… grano, perché si chiamava grano.
Amedeo: si raccoglieva poco più della semente che si seminava.
Rino: si seminava 30 kg, se ne faceva 40, ma quell’anno andava bene.
Quindi quello che rimaneva da mangiare era poco?
Rino: pochissimo. Solo che le castagne quei tempi erano molto ma molto fertili, le piante non erano attaccate da nessuna malattia e producevano tanto. Noi ne abbiamo fatto fino a 30 quintali di farina.
Amedeo: per farne 30 quintali di farina ci vogliono 60 quintali di castagne verdi.
Rino: le castagne raccolte si portavano ai seccatoi chiamati metat. Quando erano secche le portavamo al mulino però prima bisognava toglierci le bucce con un manganello dentro un bigoncio; poi lo girava e piano piano si pulivano e rimanevano bianche. Poi si portavano al mulino, quando arrivava glieli pesava un quintale, quando ritornava a prendere la farina gliene dava 95 kg e il resto lo teneva come suo compenso. Ma se era onesto, perché pochi erano onesti, perché in quei 95 che tornavano indietro c’era dell’acqua.
Un po’ di umidità aumentava il peso?
Amedeo: si andava giù col sacco di castagne sulle spalle e si tornava sù col sacco di farina sempre sulle spalle, non c’erano altri mezzi.
Rino: c’erano due famiglie con un asino, un somaro, non è che lo prestavano perché si facevano pagare in qualche modo. C’è stata della gente che ha chiamato il geometra a fare dei frazionamenti tra fratelli che non trovavano il verso di mettersi d’accordo “mah sarà stato quell’anno che ho prestato il somaro e lui in compenso mi ha dato un pezzo di terreno”.
Una volta portata a casa la farina dove si metteva?
Rino: noi avevamo dei grossi cassoni, si metteva dentro pigiata molto se no faceva il tarlo ma diventava dura, quando si andava a prenderla per adoperarla si usava una di quelle zappette che usano falegnami, ma non andava mica male, durava anni e anni.
Che qualità di castagne c’erano?
Rino: c’erano le carcinesi, al ric, pastnes che erano le più dolci ma ce n’era poca e allora la tenevano a fare i balot e il mullen… le caldarroste.
Quali erano quelle più indicate per fare la farina?
Rino: per fare la farina quelle che producevano di più erano le prime, le carcinesi, ma producevano tutte molto bene, quando l’albero è sano.
Che cosa si faceva con la farina di castagno?
Rino: qui facevano tutto perché il grano abbiamo detto quanto ne trovavamo, però quella ci permetteva di fare degli scambi con della gente di Trentino che faceva un po’ più di grano di noi. Portavamo mezzo quintale di farina di castagno e ci davano venticinque kg di grano e viceversa, un po’ di uva da fare qualche litro di vino buono che lo tenevano come l’olio santo; comunque era uno dei prodotti che si scambiava un po’ con tutto.
E naturalmente si usava anche in cucina…
Rino: ah si può dire che noi siamo vissuti con quella.
Amedeo: si facevano i necci in Toscana o i ciacci qui.
Rino: qui si chiamano ciacci, è farina temperata con dell’acqua, poi c’erano degli stampi un po’ sopra, poi ce ne andava un altro sopra cotto.
Amedeo: si mangiava con qualche fettina di formaggio.
Rino: mah, formaggio mica tanto, qualche po’ di ricotta chi la teneva, la mattina li fevan la sota (camino) perché delle stufe allora non ce n’erano mica, tante ce ne saranno anche state ma mancavano i soldi, allora ci si arrangiava alla meglio. A mezzogiorno se era periodo di raccolta di castagne ce le cuocevano lì in campagna per non farci perdere tempo, i balot i fevan.
Questi piatti venivano mangiati anche con la ricotta?
Rino: quando si mangiava da lusso era ricotta secca, avevano dei sacchettini di tela fatti a cuore, li riempivano e li mettevano sotto al camino, il camino andava quasi tutto l’anno, avevano una piastrellina di sasso, li appoggiavano lì sotto e piano piano si seccava. Quando era secca era nera ma noi non stavamo mica a grattarla tanto fuori, e quando ci davano quella lì ci mettevano in mezzo che li chiamavano i ciac cun iëc, ne mettevano un tagliottino qui un tagliottino qui, un altro qui, erano di forma rotonda e poi si piegavano e allora quella aveva più sapore.