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03/10/2006

Biodiversità


Documento senza titolo

Cortile, Frazione di Carpi
Mario Schiavi
Proprietario terriero
La fine della mezzadria
Le cantine sociali – Varietà e colture  

PARTE 2

I vostri caseifici poi sono stati chiusi? In che anno?
Mario: sono stati chiusi vent’anni fa.
Anche qui perché interrompendosi quel rapporto di mezzadria non avevate più le stalle?
Mario: non c’era più quella produzione di latte.
Voi qui non producete latte da quando?
Mario: da venti, trent’anni.
Quindi il campo come viene coltivato?
Mario: a cereali, grano, mediche abbandonate in quanto non c’era la possibilità di collocarla.
Quindi una monocoltura praticamente.
Mario: c’era soia, è stata fatta una rotazione con la soia che è una leguminosa.
Certo, per mantenere la fertilità…
Mario: ancora si regge su quello che è stato fatto nel passato, sull’accumulo della fertilità del passato ma non so quanto potrà reggere perché il grano e il granone a un certo momento sono due cereali…
Che assorbono molto, e la soia non è sufficiente?
Mario: relativamente.
Quindi cosa fate, dovete dare anche dei concimi chimici?
Mario: ma si capisce, non c’è più la letamazione, l’azotato con il letame della stalla che era un coltivar anche del terreno sul piano fisico; perché non bisogna ignorare che qui ci sono dei terreni con diversità, terreni asciuttissimi e terreni forti.
Quindi come vanno trattati?
Mario: andrebbero trattati col letame.
Quindi trattarli con i concimi chimici non è sufficiente?
Mario: non è sufficiente… questo terreno tendente al sabbioso regge ancora alla concimazione chimica… di argilla non ce n’è, se si sposta di 3, 4 km c’è terreno argilloso, quello diventa un problema.
Che rese fa adesso il grano?
Mario: quest’anno è andata particolarmente bene, si è andati sui 20 quintali la biolca, 70 quintali l’ettaro.
Mi diceva che si coltivano degli ibridi, degli ibridi che vengono dalla Francia?
Mario: no, italiano, il mieti che si imposto è italiano, deriva dal mara, dal marzatto, tutti incominciano per “m”…
Selezionati forse negli anni ’20?
Mario: successivamente… il damiano e il mentana. Io leggevo un comizio agrario dei primi del ‘900 anzi nel 1904 che ha messo nel suo sito la Provincia di Modena. Allora c’era Carlo Sacerdoti, colui che teneva il comizio e raccontavano delle rese di allora, parliamo di grano dai 10 ai 15 quintali per ettaro, e invece il granoturco un po’ meno. Invece oggi parliamo di 70 quintali per ettaro di grano e più o meno anche il granturco.
Quali sono i fattori che hanno determinato questo incredibile aumento delle rese nell’arco di cent’anni in sostanza?
Mario: mah, la selezione essenzialmente.
Lei dice la selezione genetica… non tanto i concimi?
Mario: i concimi per sostenere la selezione genetica.
Ma non c’è una perdita di qualità di questi grani a spingere le rese a questo livello?
Mario: no, no questa poi è una zona particolarmente buona per il grano, il grano peggiore si fa a sinistra Po, qui siamo a destra del Po.
Nel mantovano diciamo?
Mario: nel mantovano è peggio, nel cremonese è peggio, qui è meglio come qualità, nel ferrarese è buono.
Il ruolo che hanno avuto le cooperative, i consorzi nel trasformare l’agricoltura?
Mario: hanno avuto un ruolo importante.
Forse nel condizionare anche certe scelte di tradizione?
Mario: sì, ma relativamente perché col tempo è la realtà che induce... il consorzio e le cooperative sostenute sul piano politico hanno indotto a creare dei grossi organismi che c’erano già, se uno pensa alle cantine del modenese.
Che sono nate nei primi anni del ‘900?
Mario: la sociale di Carpi nel ‘900.
Ma come mai si fece questa scelta? Guardando al mercato?
Mario: guardando al mercato, sì.
C’era una vocazione di vendere il vino…
Mario: di trasformare l’uva e non essere costretti dal compratore, svincolarsi, ecco perché sorgono tutte queste cantine: la Rovereto, la Sociale, la Pioppa, la Limidi che hanno delle fortune alterne poi ma comunque reggono nel tempo. Il nostro vitigno è legato alla cucina modenese ricca di grassi, col suino era necessario un vino frizzante che accompagnasse il pasto, e il vino toscano e quegli altri bisogna poi vedere fino a che punto sono veramente validi o frutto di una propaganda.
Su questa cucina il lambrusco ha delle caratteristiche ottimali?
Mario: sì, non è un gran vino ma è un vino che si adatta bene.
Non abbiamo parlato dei maiali, questi caseifici avevano anche loro le porcilaie annesse?
Mario: sì, anche loro le porcilaie annesse.
Quindi diciamo che lo sviluppo dell’allevamento del maiale va di pari passo con la produzione del latte, quindi del parmigiano reggiano.
Mario: sì.
Quindi anche voi avevate le vostre porcilaie che sono state dismesse quando sono stati chiusi i caseifici?
Mario: si capisce, sono nate porcilaie più vaste, più importanti. Infatti dei due caseifici uno solo ha mantenuto i maiali con l’allevamento, con le scrofe, e poi sono sorti gli allevamenti di suini, indipendenti dal latte, indipendenti dal podere. Infatti di fronte qua c’è un allevamento di suini fatto dal sottoscritto 30-40 anni fa. Questo è andato a mio fratello con la suddivisione dell’azienda, è toccato al fratello che aveva passione e lo gestisce lui.
Le grandi scelte che sono state fatte particolarmente in questa zona sono barbabietola…?
Mario: sì, che è scomparsa.
Che sta scomparendo adesso… da qua è scomparsa?
Mario: no, è praticamente scomparsa.
Fu una novità rispetto all’interesse dell’azienda di cui parlavamo prima?
Mario: sì, andava benissimo.
Si faceva la monocoltura di barbabietola?
Mario: no, no a rotazione.
Come era la rotazione con la barbabietola?
Mario: c’era grano, medicaio e bietola.
Poi invece hanno tirato fuori il pomodoro…
Mario: pomodoro che anche quello poi è scomparso, regge nella bassa modenese, lo zuccherificio è scomparso per esempio.
Come lo vede il futuro dell’agricoltura modenese?
Mario: mah…
Lei che è anche stato presidente dell’associazione degli agricoltori fino a poco tempo fa?
Mario: non lo vedo molto positivo, forse più positivo rispetto a altre zone perché qui per esempio c’è la produzione specializzata nella frutta che altre zone non hanno, il reggiano per esempio si è indirizzato essenzialmente sulla vite, noi vite ma soprattutto frutta, frutta, pereto. Io penso che Modena sia la provincia che ha con Ferrara la maggiore produzione di pere d’Italia.
Anche lì forse c’è sempre il problema di fare della pera di qualità?
Mario: senz’altro, difatti se lei guarda gli opuscoli dei vivai si concentrano su tre o quattro varietà, William bianco e rosso, Conference, Kaiser.
Qui un tempo c’erano dei frutteti chissà con che varietà di frutta?
Mario: oh… ma sono scomparsi tutti, sa…
Voi avevate anche frutteti?
Mario: no, niente è sorta dopo la frutticoltura. I frutticoltori si sono riuniti e hanno creato le varie cooperative, l’Eurofrutta, l’Iterfrutta e così via, che raggruppano 400 mila quintali.
Non è stata un po’ ossessionata dall’aumento delle quantità, delle rese questa agricoltura?
Mario: la qualità dove la trovava?
Quando uno vede i francesi che sono capaci di fare…
Mario: i francesi sono abilissimi!
Forse una debolezza dell’agricoltura è stata sempre quella di dipendere un po’ troppo dalla distribuzione, dipendere un po’ troppo dal mercato?
Mario: sì, noi eravamo molto più deboli sul piano generale, l’Italia rispetto la Francia. Per esempio la Battertec è una varietà francese del fine ‘700. Noi non l’avevamo, avevamo delle varietà locali. Ricordo per esempio che ci fu la pesca Piccinini, c’era anche una selezione di varietà di frutta nostra, comunque ci sono le varietà tradizionali delle ciliegie di Vignola.
Mario: Vignola è veramente un fatto eccezionale perché la ciliegia di Vignola è superiore a tutte le ciliegie del mondo. Questa selezione determinò la nascita di diversi commercianti che tra l’altro furono tutti travolti dalla crisi economica.
Quindi lei è vissuto in questa casa assieme alla sua famiglia, avevate una tata ho sentito prima, cosa si mangiava qua?
Mario: si mangiava il pranzo comune del modenese, la minestra asciutta o in brodo, la pietanza essenzialmente basata sul pollo.