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11/08/2006

Archivizione


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La Sega di Fanano
Rino e Amedeo Seghi
Contadini
Aspetti di vita in un piccolo borgo di montagna  

PARTE 3

C’erano delle feste che si organizzavano nella vostra contrada?
Rino: poche.
Amedeo: qualche d’una alla Sega c’era, mio papà suonava la fisarmonica, d’inverno ci si riuniva in una stanza grande, qua eravamo diverse gioventù e facevamo qualche ballo, e d’estate là c’è un piccolo pianello e si ballava all’aperto sempre con una fisarmonica e basta, non c’era l’orchestra e questi erano i nostri divertimenti.
Voi andavate anche alla Madonna dell’Acero?
Rino: si andava per il 5 agosto che è la ricorrenza della festa dell’acero, per noi saltare quella festa era un discorso un po’…
Amedeo: non si saltava mai!
Rino: se per punizione ci avessero detto che non potevamo andare alla festa dell’acero ci rimanevamo male, perché vedere le bancarelle, vedere ballare... poi tornando indietro da Pratignana, sempre con quella fisarmonica ballavano sù in mezzo al prato.
Quella era quindi un’occasione per conoscere altra gente al di fuori della Sega?
Rino: certo, ce n’era dei bolognesi, dei toscani perché è un festa che richiama un po’ tutto l’appennino.
E le ragazze?
Amedeo: ai miei tempi c’erano 6, 7 ragazze nella borgata.
Saranno state ambitissime?
Amedeo: qui si sono sposati tutti qua.
Rino: io ho due sorelle che hanno sposato due fratelli, nati qua loro, nate qui loro.
Amedeo: io avevo una sorella che purtroppo è morta, aveva sposato il figlio del guardiano di una piccola centralina che c’era qui una volta.
Quindi non si usciva mai dalla borgata?
Amedeo: no.
Rino: 3, 4 volte all’anno.
Quando?
Amedeo: massimo andavamo a Fanano a piedi.
Rino: Fanano, Santa Possidonia, San Giovanni che erano le fiere di Fanano il 24 giugno.
Amedeo: altrimenti sempre qui, qui o a Ospitale.
Rino: io andavo incontro a mio padre per quella strada giù di lì che si passava a piedi e malamente. La domenica gli andavo incontro perché mi portava una pagnocchina così di pane che poi lo chiamavamo piano bianco, per noi erano zuccherini quelli lì quando tornavano alla domenica. Ogni casa aveva il suo forno allora, o con un po’ di grano mescolato, con qualche pugno di farina di castagno o solo con la farina di castagno si faceva ogni settimana. Si scaldava il forno, si metteva dentro queste pagnotte mal fatte come erano purché si cuocevano; d’estate chi aveva un po’ di terreno, perché l’avevano quasi tutti, c’era un po’ d’orto allora quando si faceva il pane si sfornava, si riuniva la famiglia allora una bella insalata condita bene con un po’ di aceto e basta.
Si mangiava anche della selvaggina?
Rino: a casa nostra sì, tanta, mio padre è stato guardia bosco su tutta la proprietà del Conte Forni, ha fatto sempre quel lavoro lì, naturalmente quando tornava a casa una lepre o qualcosa altro c’era e quella, aiutava parecchio insomma; però cinghiali, caprioli, daini non sapevamo cos’erano, non ce n’era uno.
Quindi voi mangiavate lepre e cosa altro?
Rino: lepre, fagiani no, colombacci che facevano delle battute che andavano sù a Pratignano.
Scoiattoli?
Rino: pochi anche di scoiattoli. C’era una ditta di Porretta che raccoglieva le pelli, allora sparavano allo scoiattolo. Ghiri ad esempio non ce n’era mica tanti, adesso se sta un anno senza venire sù, senza mettere qualcosa, le mangiano anche i muri i ghiri. Io non ho mai visto degli animali così.
Come si cacciava, si sparava, si mettevano le trappole?
Rino: trappole poche, si sparava.
Amedeo: col fucile a doppietta.
Rino: c’era della gente specializzata per i lacci, prendevano la lepre, la volpe, la volpe d’estate, cercavano di rovinare il meno possibile la pelle e la riempivano di paglia, se la mettevano in spalla e facevano tutto il giro di Ospitale e dove passavano chi due, chi tre, chi quattro uova perché dicevano che questa volpe andava per i pollai e rimediavano qualcosa.
A messa andavate ad Ospitale?
Rino: sì, tutte le domeniche.
Amedeo: e anche il pomeriggio.
Rino: la domenica bisognava andare la mattina poi anche il pomeriggio. Abbiamo avuto dei preti discreti, contestati, che hanno… sentendo la gente, che noi eravamo poi ragazzi, non è che si comportavano benissimo. Ne abbiamo avuto poi uno nativo di qua, Ricci, ha fatto le scuole un po’ a tutti, perché a Ospitale c’era la quinta e poi niente. Mio padre era l’unico che aveva un mestiere e uno stipendio e si poteva permettere qualcosina in più di un altro e mi pagava la camera a Fanano. Là dove c’è la Pace adesso, c’era uno di Ospitale anche lui, diceva “state attenti quando andate fuori, se è una serataccia fallo stare qui a dormire” ma io facevo di tutto per salire sù con la squadra, perché si andava a scuola ma si andava più per la compagnia.
Facevate le medie a Fanano?
Rino: l’avviamento.
Qual è il vostro patrono?
Rino: San Giacomo, il 25 luglio.
Cosa si faceva per San Giacomo?
Rino: facevano un pranzo, si invitavano i parenti più stretti.
Solo un pranzo?
Rino: veniva la musica di Fanano.
Cosa si mangiava in questo pranzo?
Rino: prima cosa, tortellini in brodo, poi a una gallina tiravano il collo, ci avranno pianto dietro dopo comunque quel giorno lì c’era il pollo.
I tortellini non mancavano…
Rino: i tortellini erano una cosa fissa più che… magari le lasagne o altre paste non le conoscevano neanche penso a quei tempi là.
Ci sarà stato anche il dolce?
Rino: dolce sì.
Quale?
Rino: dolce si arrangiavano, impastavano qualcosa con un po’ di zucchero…
Amedeo: un dolce semplice, non è come adesso, un dolce fatto di farina, lievito e zucchero, non ci mettevano tante cose almeno a casa mia.
Si facevano dei fuochi in quell’occasione?
Rino: sì, la vigilia facevano vedere chi lo faceva più bello, c’era una sfida.
Rino: c’era la sfida tra i fuochi, c’era mia nonna che incominciava due mesi prima a raggruppare la legna poveretta, se ci mancava il fuoco di San Giacomo non c’era verso.
Era una pira a cui voi davate fuoco?
Rino: sì, poi si raggruppavano intorno a questi fuochi urlando, facendo anche del fracasso.
Voi avete vinto qualche volta?
Rino: non c’erano mica premi eh, si diceva il giorno dopo in piazza a Ospitale “il mio era più bello, il tuo era più bello”.
Quando si è cominciato a lasciare la Sega?
Rino: dopo la guerra, quasi subito.
Amedeo: beh per me no, io sono stato in Toscana con i miei genitori in tempo di guerra, sono tornato qui dopo che è finita la guerra, poi sono andato via da qui nel 1953, già tanta gente era andata via, te sei andato via presto.
Rino: ma le circostanze in famiglia ci obbligarono… io persi i miei genitori che avevo 14 anni, io maschio, tre femmine, sicché abbiamo dovuto arrangiarci oltre alle difficoltà che abbiamo detto fino adesso. Dopo iniziarono anche quelle economiche, perché da dove saltavano fuori i soldi per tirare avanti? Allora io ho parlato prima che durante l’estate si raccoglievano questi semi che mandavamo giù, quella era una ditta di Bologna che ci ha sempre aiutato e quando hanno saputo che i miei non c’erano più c’è venuto a prendere. Prima due delle sorelle le ha portate a Bologna, poi appresso sono andato anche io e abbiamo iniziato a lavorare, ma anche lì era una tragedia perché subito dopo la guerra non so se voi lo sapete, non si poteva andare a lavorare fuori provincia ma neanche fuori comune, e io ho lavorato tre anni senza essere assicurato, in regola con niente, tanto è vero che quando abbiamo conteggiato la liquidazione quei tre anni lì non risultano in nessun posto, ma a fine mese c’era lo stipendio e serviva per tirare avanti.
Qui nel giro di 10 anni sono andati via tutte le famiglie, nel ’60 qui non ci abitava più nessuno?
Amedeo: i miei genitori sono stati qui, sono morti qui a Fanano però si spostarono dalla borgata la Sega a Fanano, erano andati custodi di Villa Padiglioni.
Però è rimasto un forte legame per la borgata, anche adesso tutti quelli che sono andati via d’estate vengono qui, alcuni ci dicevate che sono andati a vivere in America?
Rino: eh ce ne sono andati tanti America, Belgio, Francia, ma ritornano…