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18/07/2006

Archivizione


Documento senza titolo

Montagnana, Frazione di Serramazzoni
Giorgio Muzzarelli
Ristoratore
Acetaia e museo di oggetti del passato  

PARTE 1

Giorgio: vedete questa traccia di porta con l’arco, questa non era di sicuro un’entrata di casa, era troppo grande, questa era una stalla per cavalli perché se qui c’era una osteria, chi veniva col cavallo metteva il cavallo qui dentro. In un secondo tempo hanno deciso di metterci una porta, poi chissà quanto tempo fa è stata chiusa anche questa porta e se ne è aperta un’altra, l’ultima ad essere aperta, ma l’entrata originale dell’osteria è questa. Io penso che l’osteria fosse qui dentro, sopra c’era la camera degli ospiti, lì c’era il fienile, il fieno e la paglia venivano buttati giù dal fienile per poi entrare nella stalla, quindi questa parte era adibita a stalla per cavalli e fienile per alimentare i cavalli ma era anche la stanza da letto di tante persone il fienile. Dormivano nel fieno, i signori invece dormivano nei letti. Qui intorno non c’era nessun altra casa, pian piano sono nati il ristorante Noce albergo 200 anni fa, la stalla per i cavalli per il cambio che era questa, lo spazio sopra per chi accudiva i cavalli e il fienile che era da quell’altra parte, ma sempre sopra questa casa. Poi c’era un porticato grande che ospitava i calessi, poi nel 1925 è stato chiuso questo porticato e creato il mulino gestito da mio zio.
Ci vuole spiegare alcuni di questi attrezzi che vediamo appesi?
Giorgio: questa specie di stuoia fatta con legno proveniente dal videip, in dialetto, che noi bambini provavamo a fumare, era una stuoia chiamata gradela che si metteva dentro il forno quando la temperatura si era abbassata. Su questa stuoia venivano cotte le frutte come le mele e le pere, rimanevano a lungo in bocca prima di poter essere deglutite, si chiamavano as ciapeli o as ciap. Qui sotto c’è il forno a legna: è della stessa epoca della casa, trecentoventi anni fa, come ogni forno ogni tot di tempo bisogna rifare il pavimento del forno perché tende a crepare. Ma parlo di ogni 100 anni, infatti ho trovato scavando fuori, arrivando alle fondamenta della casa, i pezzi di una base del fondo antecedenti a questi qua che è questo.
Questi attrezzi invece venivano usati da suo padre che faceva il casaro?
Giorgio: questi sono gli attrezzi del caseificio di mio padre, sempre qui a Montagnana; servivano per lavorare il formaggio nella caldaia di rame alimentata a vapore, sono delle pale confuse spesso con quelle utilizzate per fare il pane, ma invece no: erano le pale per fare la forma. In alto a destra quella che serviva per tagliare la cagliata, una specie di rete metallica, tirata su e giù dentro la caldaia tagliava la cagliata; poi c’è la fasera che conteneva la forma appena fatta; e altri attrezzi specifici. Questo che è il numero trenta è la corga o il coreg, serviva per metterci dentro la chioccia con i suoi pulcini così non potevano scappare, e alimentarli da sopra. Però qualche volta i contadini che avevano bimbi piccoli che potevano rischiare di andare in pericolo mentre loro erano in campagna, ci mettevano dentro il bambino a mo’ di girello senza ruote, così stava lì in piedi; quello più in basso è un contenitore di colombi o di polli di piccola taglia per il trasporto, per il commercio. Gli altri attrezzi sono facili da interpretare, c’è il prete da letto lassù. Con questi oggetti, queste reti, si scolava l’acqua dall’insalata, qualche volta si usava per andare a raccogliere le uova ma lo strumento specifico per alver gli ov era questo, si lasciava dentro un uovo solo, l’ondes così lo chiamavano, per invogliare le galline a tornare lì, non si vuotava completamente il giaciglio delle galline, l’ondes spesso era un uovo avariato perché era rimasto lì a lungo. Poi c’era il set del latte: si andava dal contadino, si faceva riempire questo contenitore di latte, veniva misurato con mezzo litro che era quello già tarato e poi la veniva bollito sul fuoco. Altri strumenti caratterizzanti sono la cottura dell’orzo e del caffè, due sistemi: se c’era la stufa economica si toglievano due cerchi e si metteva questo a modo di padella, si metteva l’orzo o il caffè tenendolo girato. Se invece c’era il camino si usava questo, tipo lo spiedo, anche questo andava girato con una manovella per tostare. Queste erano le tigelle, questa è una tigelliera di alluminio, penso fosse stata brevettata a Bologna prima dell’ultima guerra. Queste le cottole di ferro datate 1891 con le quale si fanno i ciacci e le crescentine. Questa è una cosa che negli anni ’50-’60 facevano pubblicità anche alla televisione, c’era dentro il DDT, quel liquido che serviva per uccidere le mosche, c’è scritto “non addormenta, fulmina” era quella la frase che usavano a carosello; poi è stato messo fuori legge, non si può usare oramai da molti anni perché ritenuto cancerogeno. Quando si preleva l’aceto dalla batteria per l’uso che si vuol fare in famiglia, dove si mette l’aceto in attesa di essere usato? Anticamente si usavano i tragni, contenitori di terracotta smaltata che contenevano l’aceto proveniente dalle operazioni di acetaia che si facevano una volta all’anno, o in autunno o in primavera, cioè prelievo dell’aceto pronto e stoccaggio nei tragni, poi travasi da un barile all’altro e rincalzo col mosto cotto. Questo era il prodotto finale che si trovava nei tragni.