22/08/2006
Agricoltura
Montecreto
Giuseppe Fontana
Agricoltore
Agricoltura di montagna
Le medde – Le patate Razze, usi e alimentazione delle vacche
PARTE 2
Quante ne fa adesso di patate?
Giuseppe: tutti gli anni ne seminiamo sempre meno, perché mio figlio a
Pieve fa pizza al taglio e pasta fresca.
Le avete sempre coltivate le patate?
Giuseppe: eh sì.
Una volta come si seminavano?
Giuseppe: una volta facevano i solchetti a mano con una zappa oppure anche le
buchette con una zappa fatta a vanga. Piantavano giù la zappa, la terra
rimossa bene, e uno buttava giù il tubero, se era solo si teneva il secchio
a portata di mano e quando aveva messo giù il tubero nel buco lo copriva
un po’.
Che qualità di patate c’erano?
Giuseppe: a quei tempi non avevano un nome.
Come erano queste patate?
Giuseppe: c’erano quelle delle buccia rossa e le tonde bianche, ma erano
tutte accartocciate perché non si aveva mai sostituito il seme importandolo
da altre zone… perché conta anche cambiare terreno.
Io compro il seme delle patate al Consorzio Agrario di Casteldaiano nell’alto
bolognese, il seme viene dall’Olanda, dal Belgio, dalla Danimarca. Io semino
la varietà spunta, la canepec che è bianca.
Quest’anno mi hanno proposto una altra varietà bianca, la
Ro. Ne ho seminate poche per fare la prova e sono andate bene, la diserte, e
la primura che è più precoce.
Una volta si seminavano quindi le patate dell’anno prima?
Giuseppe: il dr Baccarani mi disse “vorremmo fare degli esperimenti sulla
patata utilizzando i semi che non sono mai stati rinnovati” gli dissi “oh,
ne trova fin che vuole”; allora seminavo già la spunta, quella lunga
un po’ovale. Allora feci la proposta a questi amici: “datemi dieci
kg ma anche meno che io ve lo baratto con le mie” e gliele portai al professore.
L’anno scorso su quelle rosse 70 kg di seme 103 casse da uva, le casse
piena è 33-34 kg, ha dato una resa eccezionale.
Lei ci raccontava che qui lei un tempo aveva le vacche, le
patate e poi aveva qualche altra coltivazione quassù?
Giuseppe: la veccia e il veccio che forse non lo conosce nessuno. Un vecchio
qui - si chiamava Carlo Fontana, era un nostro parente - trovò, quello
lì lo aveva portato qualche uccello perché il veccio non poteva
mangiarlo né il maiale, né l’asino, neppure il cavallo perché non
erano ruminanti, quando si allevavano anche gli agnelli piccoli con delle crusca
e questo veccio rinverzato tenendolo a bagno diventava morbido, quasi che a romperlo
così faceva la poltiglia, si miscelava con la crusca, era un cereale che
aveva tante proteine. Gli agnelli e anche i vitelloni facevano un pelo lucido
ma dovevano mangiarlo solo i ruminanti. Allora questo vecchio Fontana passò uno
che andava a San Pellegrino della bassa, sapeva il nome perché era un
piccolo cereale leggermente più piccolo della veccia fatto a triangolo,
faceva un piantina alta così con dei baccelli da due a tre grani, quattro
al massimo, disse in dialetto “quest ‘èe ves, non veccia”,
chi lo seminava eravamo noi e qualche nostro parente qua che avevano delle pecore
e quando partorivano era un ricostituente forte questo veccio. Dopo che si è incominciato
a seminare più grano non ci stavamo più dietro e l’abbiamo
abbandonato, forse non si trova mica più.
In che periodo si seminava?
Giuseppe: in primavera, in terreni magri, in terreni scadenti, sterili.
E cresceva bene?
Giuseppe: sì, si alzava circa così.
Anche se erano terreni sterili?
Giuseppe: sì, perché se erano terreni concimati bene diventava
più alto, poi si allettava e i baccelli rimanevano vuoti; la veccia anche
quella è un cereale che veniva in terreni scadenti e gran parte la seminava
anche per i buoi o anche chi aveva i piccioni perché la veccia per il
piccione è ’alimentazione più indicata. A marzo si seminava
l’orzo vestito che noi chiamavamo la scandella.
Che cos’è?
Giuseppe: fa la paglia come l’orzo, solamente che fa due canti, una fila
di grani da una parte e una fila di grani dal180 l’altra, viene alta circa
un metro e poi dipendeva anche com’era la concimazione del campo, serviva
per alimentare i maiali o anche la farina per le bestie. Quella era destinata
a tutti i tipi di animali anche se non erano ruminanti, gran parte noi non si
comprava mica niente per dar da mangiare al maiale, andavamo a strappare nel
prato dove c’era la medica alta così, bella tenera, poi la buttavamo,
oppure quando si teneva un po’ di recinto fuori il maiale si arrangiava
un po’ anche da solo. Anche l’orzo svestito che si bruciava per far
il caffè con quell’affare che si attaccava alla catena del camino …il
tostatore.
Che differenza c’è tra l’orzo vestito e
l’orzo svestito?
Giuseppe: beh c’è una differenza anche come quantità nella
produzione, la scandella vestita rende di più come quantità. L’orzo
vestito era anche un po’ seccante da mietere a mano perché come
arrivava un po’ di pioggia forte si ribaltava tutto, noi dicevamo arravaiato. Allora
anche mettere il falcetto per fare l’impugnatura era brigoso e non si faceva
parata a fare dei covoni nel campo, allora se ne seminava da fare un quintale,
anche due ma non di più; naturalmente non è che si usasse tutto
per fare il caffè, un po’ si dava anche alle bestie. Altri raccolti,
giusto un po’ di orto per uso famiglia.
Un po’ di frumento?
Giuseppe: ah di frumento ne ho fatto anche 70- 80 quintali.
Che frumento si piantava su di qua?
Giuseppe: i primi tempi il mio povero padre era appassionato a seminare l’ariete che
adesso da anni e anni non se ne parla più di questa varietà; poi
nella zona alcuni incominciarono a seminare il mentana che veniva un pane straordinario
dalla farina integrale del mentana; dopo alcuni seminavano il todoro
96, solo che non bisognava concimare troppo perché se no si allettava,
veniva troppo alto. Dopo sono venuti fuori tutti quei semi nuovi bassi, io ho
sempre seminato quelli più bassi anche da dover tagliare con la mietilega,
seminavo belli, il benedetto brin ma che faceva tanti sementi come il
todoro 96 qui nella zona… temeva la ruggine, il contadino doveva essere
esperto da metterlo in un campo arieggiato, perché se faceva la ruggine
e la paglia diventava proprio bionda sù in cima alla spiga, la spiga rimaneva
quasi vuota, era un frumento dai chicchi grossi, era quasi la varietà che
aveva i chicchi più grossi di tutti.
Quand’è che poteva fare “la ruggine”?
Giuseppe: quando cadeva tanta rugiada di notte, l’umidità, certamente
non era consigliabile seminarlo in terreni protetti che di notte ci sia poco
aria. Allora si accumulava più rugiada dopo il sole, il caldo della giornata
arrivava e seccava quasi come il fieno, non arrivava mica a maturazione a fare
quel colore giallo oro, da maturare lentamente, noi dicevamo “secca a fieno” allora
le spighe erano semi vuote, sottili sottili come un ago. Purtroppo in una vita,
io ho ottant’anni compiuti dal 4 luglio scorso, se ne vede tante di cose.
Poi avrà avuto un po’ di medicaio per le vacche.
Giuseppe: sì, il medicaio si rinnovava, tanto trifoglio
si seminava perché il trifoglio migliorava il terreno, era quasi un diserbante
perché seminandolo bel folto quando si allettava specialmente anche il
secondo taglio, intanto il trifoglio durava una campagna solo, ma le erbe cattive
sparivano eh, e dopo il trifoglio ci veniva bene anche il grano.
Quindi c’era una rotazione nelle colture?
Giuseppe: beh, certamente.
Com’era questa rotazione? Si metteva il grano e poi?
Giuseppe: delle volte in certi campi che la medica si era già diradata,
perché quaggiù anche da Castelvetro e così, io conosco
bene perché ho comprato l’uva per 30-40 anni, ho tanti amici giù,
dice “noi la medica tre anni e poi bisogna rinnovarla perché la
terra non la tiene in vita”… è il tipo della terra, noi qua
giù in fondo dove metto le patate è già sette anni che c’è,
ci sarebbe il terzo taglio adesso che è alta così, sembra che abbia
due anni, quella medica lì dura ancora tre, quattro anni anche perché è molto
drenante, la medica va giù anche 50 cm con le radici, anche di più.
Se trova un sasso si ferma lì perché poi in montagna i sassi sono
frequenti … ma facendo delle arature profonde la medica dura perché essendo
in un terreno drenante scarica l’acqua e vive a lungo.
Dopo la medica il terreno è pronto per metterci cosa?
Giuseppe: dopo la medica, patate, il grano se uno lo vuole mettere, un tempo
seminavamo anche il farro qui; delle mie zie che erano nate nel 1878 o giù di
lì, da ragazzo mi raccontavano che, io non ho visto seminare qui il farro, “quaggiù in
quel pezzo chiamato La Pozza, lì ci mettevamo sempre il farro”.
Una volta trebbiato lo portavano dal mugnaio, il mugnaio alzava la macina,
gli toglieva quel po’ di pelluccia che aveva intorno, non veniva mica pulito
come il riso ma quasi. Poi lo cuocevano al posto del riso per non comperare il
riso perché nel 1909 a me è stato detto che qui in montagna venne
6 metri di neve, chi non aveva la fornitura in casa, la scorta per fare il pane,
i cassoni pieni di farina e cumuli di patate in casa. Una di queste zie arrivò la
settimana santa alla fine di marzo ad andare a Barigazzo, da quella curva la
sù avevano fatto un tunnel sotto la neve, andava alla funzione del venerdì santo
questa mia zia, da lì entrò dentro il tunnel giù da sera
perché le funzioni le facevano in serata. Però essendoci tutta
quella neve il prete aveva anticipato; sentì un rumore di un calesse,
era uno incaricato a portare il sale e il tabacco alle rivendite quassù verso
Pieve, Riolunato, Fiumalbo. Dovette tornare indietro dove la spalata della neve
era aperta per lasciare passare questo calasse. Delle volte anche con della gente
che si parla del più del meno io dico “sono nato in famiglia che
vogliamo avere senza avere preoccupazione delle scorte che durino anche un anno” senza
aver bisogno di andare alla elemosina.
Mia moglie mi dice: “tu sei centenario”, io ho preso dai miei
genitori che in casa bisogna avere tanta legna. Noi poi la vendiamo anche, ne
ho tagliato 35 metri cubi che segheremo qui a settembre, ma almeno la legna che
ci sia per due anni, per due campagne; abbiamo anche il bombolone del gas lì,
che facciamo funzionare con la stufa che fa da riscaldamento e poi fa anche da
termo cucina.
Voi eravate una grande famiglia, avevate tanta terra?
Giuseppe: mah tanta terra… l’ho comprata poi dopo, solo io, dopo
che ci siamo divisi coi fratelli.
Però il castagneto a Magrignana ce l’avevate da
vecchia data?
Giuseppe: sì, l’avevamo da fino dalla fine del 1700 perché noi
Fontana qui siamo originali di in fondo a Boccassuolo, vicino al Dragone. Nel
1742 franò la casa laggiù, allora rimasero senza casa e due fratelli
andarono verso Spervara vicino a Frassinoro e due vennero qui in zona, comprarono
una vecchia casa lì che naturalmente è stata rimodernata un po’.
Questa invece noi l’abbiamo fatta nel 1955; questi due si sposarono qui
in paese ma i terreni erano rimasti da frane, tutti sconvolti da frane, iniziarono
a bonificare un po’ ogni anno perché c’era rimasto solo dei
sassi, dopo le frane il terreno sotto era tutto sconvolto, qua giù in
fondo c’era Brocco, Castellino il paesino a due chilometri sotto è chiamato
Castellino di Brocco, ma Brocco era lì a 400 metri. Arando coi trattori
il primo trattore che venne in zona di Bernardoni Giampaolo di Pavullo nel ’52
trovammo un’anfora di terracotta e poi anche degli angoli di fabbricati,
dopo il povero dr Minghelli mi disse “quell’anfora lì dammela
a me che te la faccio mettere al museo di Pavullo come antichità”.